fatti una domanda

Pubblicato 15 marzo 2011 di franzikanz
Categorie: demenza sociale, università

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Presa dai miei inutili tentativi di trovare qualcosa da fare, ho perso di vista il blog, tanto per cambiare. Oggi vorrei però fare una testimonianza: voglio spiegare al mondo come si fa a metterci CINQUE ore per arrivare a Pavia partendo dal paese in cui abito.

Il mio caro paese è un buco, e per strani motivi ha sia una stazione ferroviaria (nonostante la linea sia una delle più trascurate) che l’entrata dell’autostrada. Ad ogni modo, se voglio essere a Pavia (la città in cui sfortunatamente studio, nda) per una lezione delle 14 senza dover vendere un rene per pagarmi il biglietto, devo uscire di casa alle 8. Di norma, per arrivare a Pavia, ci vogliono circa due ore, comprensive di mezz’ora di cambio a Novara. Dopo questo primo cambio di treno, bisogna cambiarne un altro a Mortara. Il tempo per questo secondo cambio è CINQUE MINUTI. Normalmente si fa in tempo. Ma non sempre.

Può succedere di tutto.

Il treno regionale 10329 parte da Novara alle 09.07. Lunedì 28 febbraio no. Verso le 09.20 arriva la capotreno e dice: “Il treno partirà con un quarto d’ora di ritardo perché aspettiamo il Milano, c’è qualcuno che ha problemi con i cambi?”.
(Al che un matematico laureato pensa: “Se il treno doveva partire già quasi un quarto d’ora fa, vorrà mica dire che parte con un totale di mezz’ora di ritardo?” – e così infatti annunciò la voce della stazione pochi minuti più tardi.)
Io: “Sì, il cambio per Pavia a Mortara”.
Lei: “Ok, d’accordo”.

Secondo voi, il fatto che ci fossero a bordo DODICI studenti (di cui dieci muniti di grossa valigia) che dovevano tutti prendere quel treno, ha avuto rilevanza?
Devo rispondere? Ok: NO.
Ma almeno, a Novara, questa cavolo di capotreno, poteva almeno dirci “Ragazzi, la coincidenza non aspetta”, almeno me ne tornavo a casa? No, ovviamente no, domanda retorica.

Dodici studenti incazzati come delle mine alla stazione di Mortara, senza treni fino alle 13.34. E meno male che non era periodo di esami… non oso immaginare le conseguenze.

Dodici cervelli di studenti universitari riescono, in media, a raggiungere il livello intellettivo di due persone ben pensanti (ah. ah. ah.), e quindi, pian piano, siamo giunti ad una conclusione.

Senza ben sapere se a Vigevano ci fosse un pullman in orario utile per raggiungere Pavia, siamo saliti su un treno per Milano Porta Genova senza biglietto, con la comprensione del capotreno, che si è anche interessato alla nostra sventura, commentandola con frasi professionali ma comunque indignate.

Per fortuna il pullman c’era, anche se 55 minuti dopo il nostro arrivo a Vigevano e nonostante i 3,80€ che sono andati ad aggiungersi al prezzo del biglietto del treno.

In totale, siamo arrivati a Pavia alle 12.50.

Ora, vi sembra possibile che, con questi casini di orari, di “aspettiamo” e “non aspettiamo” le coincidenze (se le cose funzionassero, nessuno dovrebbe mai aspettare nessuno e i ritardi non sarebbero un domino disastroso!), di treni, comunque, inverosimilmente sporchi, o meglio, sudici, magari neanche sufficienti per il numero di persone che deve salire a bordo – con tutto ciò, vi sembra possibile che aumentino ancora il prezzo dei biglietti? Con che coraggio?! Per cosa, poi? Per finanziare la freccia rossa, la freccia bianca, la freccia argento, la freccia di mio nonno? E la gente normale che deve prendere i regionali, invece, cosa fa? Naviga, naviga… ma non sto a dirvi dove, perché sicuramente lo sapete già!

E poi mi vengono a dire che c’è inquinamento e che le strade sono intasate?

Mi sa che qualcuno dovrebbe cominciare a porsi delle domande. Ma seriamente.

Conversazioni improbabili. Uno.

Pubblicato 28 novembre 2010 di franzikanz
Categorie: conversazioni improbabili, Cronache Salisburghesi, erasmus

Scontri interculturali.

Riporto conversazione con La Ragazza Americana.

ra: «Ehi, com’era?»
io: «Com’era cosa?»
ra: «La piscina!»
io: «Ah non sono ancora andata, ci vado ora.»
ra: «Ah. (pausa) E dove sei stata fino ad ora, quindi?»
io: «A stirare.»
ra: «Stirare?» (faccia perplessa e vagamente schifata)
io: «Ehm. Sì.» (mostro il sacco pieno di panni senza pieghe)
ra: «E perché stiri???» (stessa espressione perplessa e vagamente schifata)

La domanda mi spiazza totalmente. Cosa avrei dovuto rispondere, secondo voi?

io: «Perché… non mi piace… avere le pieghe sui vestiti.»
ra: (ride e rientra in camera sua)

Giuro che non è morto nessuno.

Cronache Salisburghesi II – Convivenza

Pubblicato 11 novembre 2010 di franzikanz
Categorie: Cronache Salisburghesi

Vivo in un appartamento in un collegio, il Franz Von Sales Kolleg. È un grosso appartamento con quattro stanze singole. La mia stanza è la più piccola – e io dico: meglio, mi ci vogliono cinque minuti a pulirla! … ma ha anche degli svantaggi. Per esempio: se voglio attraversare la stanza, dalla porta verso la finestra, la sedia deve essere infilata sotto la scrivania. Altrimenti si crea lo sbarramento scrivania-sedia-letto, e io di lì non passo. Ma non è un grande problema. Infatti, il vantaggio della pulizia-ultra-rapida riesce a soprassedere ad ogni possibile lagna in proposito.

 

Parliamo un po’ del contenuto.

Ho un armadio, una specie di “comò” (c’è qualcuno che lo chiama ancora così o sono rimasta solo io?), scrivania, letto, comodino. C’è anche il materasso. Un materasso che…

Dal momento che nel giro di una settimana ha assunto la forma del mio corpo, dal momento che ne sento le molle, qualche giorno fa (quindi dopo quasi due mesi) ho deciso di girare dall’altra parte. Per farlo, avrei dovuto togliere questa specie di saccone di iuta con la cerniera che lo copriva (il fondo del saccone è di materiale diverso). Dopo averlo tolto, ho girato il materasso. Non lo avessi mai fatto: sull’altro lato aveva una macchia gialla. E un’etichetta, che ho letto. Questa è stata applicata da una società di pulizia di materassi. L’ultima pulizia è stata effettuata nel luglio del 1997, quando avevo otto anni. C’è anche la scritta “Prossima pulizia: luglio 1998”. Pulizia che immagino non sia mai stata effettuata.

Non commenterò oltre. Dico solo che ne ho chiesto uno nuovo, me l’hanno dato, ma non controllerò cosa c’è sotto.

 

Le altre stanze sono ovviamente abitate da altre coinquiline.

Abbiamo:

La Serba (auto-soprannominata Apu perché quando si rende conto di come parla l’inglese le sembra di essere Apu dei Simpson) trapiantata da dieci anni a Salisburgo che lavora in università e intanto scrive un master in comunicazione. Ha ventinove anni e lavora anche come cameriera per pagarsi gli studi, il vitto e l’alloggio.

La Ragazza Americana di Richmond, che sa già bene il tedesco in quanto sua madre è austriaca. Dolci e teneri vent’anni americani, vegetariani tendenti al vegano.

Schatzie, l’amburghese col fidanzato militare Schutzie che si insedia qua tutte le settimane che il Signore manda in Terra per la bellezza di tre giorni. Ventiquattr’anni e otto di fidanzamento. Non ho neanche la speranza che la presenza del soldatino si interrompa bruscamente.

 

Stamattina si è verificata la prima occasione in cui le avrei volute uccidere, tutte e tre. Sono delle ragazze fortunate, perché comunque mi dovevo alzare. Se avessi voluto dormire, allora no, la dea bendata non le avrebbe baciate così appassionatamente.

Schatzie si infila sempre gli stivali almeno cinque minuti prima di uscire, e tacchetta in giro per la casa. Stamattina ha anche usato il phon, in camera sua, sì… ma confina con la mia. Apu anche lei in giro con gli stivali, però per più di mezz’ora. Finestra del bagno aperta (il giovedì mattina si devono fare tutte la doccia, giuro che non capisco), porta del bagno socchiusa: così sbatte meglio, più di frequente, e distrugge più efficacemente i miei insofferenti nervi mattutini. La Ragazza Americana stamattina ha voluto fare le cose in grande: uscire dalla camera ed entrarci decine di volte, lanciandosi dietro la porta, così che anche quella potesse sbattere meglio; tenere la porta della cucina aperta mentre spadellava e usava l’acqua mentre si preparava la colazione; sbattere accuratamente tutti i cassetti e le antine della cucina.

Io mi chiedo che problema abbiano. Se avessi voluto dormire, sarei uscita e avrei urlato “What the f**c is wrong with you today?!”.

Non ho incontrato Schatzie, ma le altre due sì: mi hanno rivolto un sorridente “Good morning!”. Ad una ho risposto con un ironico “’Morgen”, all’altra penso di non aver proprio risposto.

 

Sì, insomma. Diciamo che in questa casa io sono l’unica che non va a letto dopo Carosello e che non si sveglia alle 6-6.30 per uscire di casa alle 8.30.

Cronache Salisburghesi – Intro.

Pubblicato 24 ottobre 2010 di franzikanz
Categorie: Cronache Salisburghesi

Ebbene sì. Dopo mesi di silenzio trovo del tempo di scrivere. Da dove? Da una delle più belle città che abbia mai visitato: Salisburgo.

 

Sono qui per via del progetto Erasmus: sei mesi di “pacchia” ahimè (?), per via della burocrazia che in qualche modo non mi ha permesso di fare tutti gli esami che vorrei/dovrei fare: ma alla fine mi va bene così.

 

Mi troverò sicuramente qualcosa da fare: prima di tutto, devo imparare la lingua come si deve.

 

Erasmus.

 

Chi non ne ha mai sentito parlare? Ma soprattutto, chi non ne ha sentito parlare sino al sanguinamento dei timpani?

 

Quante persone sono andate all’estero sfruttando questo progetto? Chi per sollazzo, chi per interesse, chi per curiosità, chi veramente per studiare?

 

Per chi ancora non lo sapesse, l’Erasmus è un progetto di scambio culturale, in cui uno studente universitario può affrontare un periodo di studi in un Paese straniero (spec. UE e Paesi geograficamente europei). Gli esami che qui farà gli verranno riconosciuti al rientro nel suo Paese d’origine.

 

Questo è ciò che ci vogliono far credere.

 

In realtà, qua è un macello, in senso buono e in senso cattivo. E vi spiego subito il motivo.

 

All’incirca ogni sera ci sono una o più feste. La domanda non è “C’è una festa stasera?” ma è “Dov’è la festa stasera?”.

 

Io non so perché, ma qua a tutti piace festeggiare ubriacarsi e tirar tardi. E mi direte che sono noiosa, perché “festeggiare” per me non corrisponde con “ubriacarsi” e neanche con “millemila persone”, e “tirar tardi” non è una cosa che amo fare troppo spesso, insomma.

 

E qualcuno mi manderà al diavolo, perché che cavolo ci sono andata a fare in Erasmus, se poi non faccio feste-e-follia tutte le sere. Ma io credo quasi impossibile che uno non si rompa sonoramente i cosiddetti (e anche il fegato dopo un po’ soffre) a furia di far baldoria una sera sì e una anche.

 

Studiare… beh, tutto è relativo. Io, personalmente, seguo due corsi. Tre lezioni a settimana non significa esattamente studiare. Ma mi va bene così. Posso andare a zonzo e fare un po’ quel che mi pare.

 

Ma non tutti se la passano come me, ovvio. C’è chi prende la cosa seriamente, sta sul piede di guerra e con le corna ben perpendicolari ad un muro di dieci corsi. Ciò non vuol dire perdere la voglia di fare tutto il possibile e l’immaginabile, magari rubando qualche ora al sonno: abbiamo vent’anni, se non lo facciamo ora…!

 

Erasmus significa anche quotidianità. Sradicato dalla tua bella casuccia comoda e calda in Italia, vieni sbalzato in un Mondo Totalmente Altro e ti devi un po’ arrangiare, compreso crearti la tua routine personale con cui tirare a campare per il tempo che dovrai rimanere qua.

 

Io non sono una persona che sa vivere alla cazzo. Un minimo di organizzazione lo voglio sempre avere. Però comincio già a non sapere più che giorno sia. Alle tre del pomeriggio mi chiedo: Ma oggi ho lezione o ce l’ho domani? Alla fine i giorni si assomigliano molto.

 

Nella quotidianità rientra ovviamente il tuo alloggio. A me è andata bene per l’80%. Se non volete sapere il motivo, vi chiedo: Perché state ancora leggendo? Ahahah.

 

Tornate tra qualche giorno e vi dirò qualcosa in più… Muahuahuahuah…

 

Discussione: Dove crediamo di andare?

Pubblicato 31 marzo 2010 di franzikanz
Categorie: cose serie

So già che questo post non susciterà commenti per vari motivi: a) mancanza (grave) di parere sul tema, b) non volontà di discutere su un tema “ideologico”, c) non identificazione nel mio parere, odiandomi, ma senza sapere come controbattere.

Invito caldamente alla discussione.

In Italia abbiamo un problema ideologico. Siamo in crisi profonda.
Non penso che sia un problema di identificazione: credo che sia un problema storico e cerebrale.

Il cittadino italiano è da sempre ancorato alla tradizione, ed essendo notoriamente una testa calda, non cambia idea tanto facilmente.

Altra cosa che l’italiano non sa fare è pensare con la propria testa: ma non posso analizzare questo argomento più in profondità. Sarebbe un inutile dispendio di energie che mi porterebbe nell’unica direzione del talk show cui la televisione ci sta abituando, ossia quello rissoso ed inutilmente chiassoso (molto rumore per nulla, poi).

Ci sono cose peggiori, ma nell’ultimo periodo ho sentito profondamente questa crisi. Ma non è una crisi personale.

L’Italia, o meglio, il suo sistema, ci propone oggi due opzioni. Queste hanno due nomi altamente simbolici ed ideologici, termini che sono stati usati così tanto e così male che oggi non sono altro che monconi di ciò che indicavano all’inizio.

Da una parte abbiamo una proposta di libertà, dall’altra quella di uguaglianza.

Analizziamo il primo termine.
Libertà = non soggezione all’altrui autorità; possibilità di azione senza costrizioni morali e materiali; non soggezione a divieti; esenzione da controlli e restrizioni [fonte: Dizionario-Italiano].
(libero) «Che ha il godimento della sua persona, che non è sottoposto ad alcun padrone. Che può e può fare da sé, a suo senno, a piacere» [fonte: Etimo].

Ha un senso. Ma, a prendere il concetto letteralmente, non lo ha in un’ottica amministrativa: di fatto, vorrebbe dire predicare l’anarchia (abolizione di ogni potere costituito). Ovviamente non è ciò che succede: l’obiettivo di chi promuove la libertà è quello di rendere ogni persona libera da ciò che gli è scomodo. Ad una tal persona non piace una cosa, ad tal altra ne può piacere una diversa.
De facto significa che la libertà del singolo viene garantita a discapito della uguaglianza di tutti.

Passiamo al secondo termine.
Uguaglianza = l’essere tutti uguali; principio politico-sociale secondo cui tutti gli uomini hanno pari dignità umana e gli stessi diritti e doveri [fonte: Dizionario-Italiano].
«Che è pari di natura, qualità, quantità, grandezza, durata e simili con un altro termine, che in nulla differisce da quello; onde il senso di Giusto, Imparziale (cioè che non ha differenze per alcuno)» [fonte: Etimo].

Ha senso in un’ottica amministrativa, ma non in un’ottica umana. La stragrande maggioranza delle persone non vuole essere considerata uguale alle altre, soprattutto dal punto di vista personale (e andrebbe bene, salvo poi constatare che la gente è molto più omologata di quel che crede, peraltro senza esserne consapevole).
L’uguaglianza di fronte alla legge è un nodo importante della democrazia, ma non sembra che ci sia un grande interesse in materia: non voglio parlare di cariche istituzionali (sarei scontata), ma desidero far notare la generale mancanza di responsabilità nelle situazioni di tutti i giorni. È una questione di educazione, di apprendimento. Una ciliegia tira l’altra, in fondo: se una persona cresce vedendo certe situazioni, in futuro si comporterà quasi certamente allo stesso modo.

(Di qualcosa di simile ne parlavano oggi Augias e Dorfles su RaiTre, tra l’altro… Cioè che in Italia la cultura è quasi vista male, o comunque screditata dalla diffusione della credenza generale che non sia importante studiare e capire ed apprendere ed essere intelligenti, svegli, ma che la cosa fondamentale sia, innanzitutto, avere qualcuno che ti raccomandi per un buon posto di lavoro. Quindi i nuovi Paesi che si affacciano sulla scena mondiale, avendo una vitalità che noi qui abbiamo perso quasi del tutto, probabilmente costituiranno una parte integrante della nostra futura classe dirigente. Ma questo è un altro discorso).

In soldoni, l’uguaglianza di tutti è a discapito delle libertà personali del singolo.

Non voglio analizzare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato: ognuno ha le sue idee e ci sono valide ragioni a sostegno di entrambe le tesi. È una scelta personale che ha a che fare con la visione che ognuno di noi ha del mondo. È psicologico, viscerale; sono scelte che si fanno e che assai raramente si cambiano.

Gli italiani hanno un problema: non riuscendo a capire quale sia la scelta da fare tra i due poli opposti, seguono la tradizione. Scelgono il “Ho sempre fatto così”.
Siamo sinceri: le novità non ci piacciono. Potrebbero proporci la soluzione finale dei problemi del mondo, il modo metterci d’accordo tutti quanti perché si è raggiunta l’improbabile pace nel mondo, e ancora staremmo lì a litigare, perché siamo talmente chiusi che non lasceremmo mai che un atomo tenti di cambiare le nostre idee: anche se non abbiamo più modi per sostenere la nostra posizione. È una difesa a spada tratta, è un partito preso, è un’idea preconcetta assolutamente indelebile.
E nonostante tutto, dopo un po’, una parte della popolazione cambia idea e dice “È tempo di cambiare”. Se solo lo facesso coscienziosamente, e non con la stessa leggerezza con cui ci si cambia d’abito!

La classe politica attuale non aiuta i cittadini a fare le proprie scelte, ma non possiamo accusarla di tutto: le persone devono imparare a pensare con la propria testa. E la colpa di questa incapacità non è soltanto della scuola ma anche dei genitori.
Perché sono tante – tantissime – le persone che non hanno una filosofia di vita coerente, che non hanno saldi (non in saldo) princìpi, morali, etici o politici, che non hanno una cultura, che non hanno delle idee, degli ideali, delle aspirazioni, dei progetti, dei sogni (realizzabili) che vadano al di là del vincere al superenalotto o aspettare la manna dal cielo.

Ho elaborato le mie teorie alla luce di quanto mi è stato insegnato e di quanto ho capito. Potrei aver capito male, niente di più probabile.

Perciò… Voglio sapere cosa ne pensate.

i miei auguri per voi

Pubblicato 5 gennaio 2010 di franzikanz
Categorie: cose serie

Ti auguro un buon anno, un buon 2010.

Ti auguro di essere felice, di avere grandi soddisfazioni.
Ti auguro di trovare l’amore, e che stavolta sia quello buono.
Ti auguro di non ammalarti e, se lo sei già, ti auguro di guarire presto.
Ti auguro di essere generoso. Non monetariamente, ma con i sentimenti. E non lo dico per un improvviso spirito di cristianità, assolutamente no. (E chi mi conosce, lo sa).
Ti auguro che la tua apertura mentale si amplii ancora di più, e se invece vivi chiuso nel tuo piccolo mondo infame, ti auguro di trovare nuovi orizzonti.

Ti auguro di riuscire a sorridere.

Ti auguro di essere in grado di parlare gentilmente con quello che fa lo stronzo: non con sufficienza, freddezza e irritazione: con vera e autentica nonchalance, non solo fingendola (e riuscendoci piuttosto male), ma credendoci veramente. Cosa che non è da tutti.
Ti auguro di trovare porte aperte, sperando che tu non voglia entrare solo per fare razzie.
Ti auguro di trovare il coraggio. Per cosa? Per tutto ciò che richiede un pizzico di caparbietà in più per affrontare un ostacolo, una sfida.

Ti auguro di non rimanere solo.

Ti auguro di trovare degli amici.
Ti auguro di smetterla con le perdite di tempo: esci e vivi, santo cielo.
Ti auguro di non cadere in tranelli, e di non rimanerci male se accade.
Ti auguro di rialzarti, quando cadi.
Ti auguro di non fare sciocchezze: indietro non si torna, e falla finita con le stronzate.
Ti auguro di agire. E di non stare lì impalato ad aspettare che qualcuno lo faccia al posto tuo solo perché ha un minimo senso del dovere.

Quindi ti auguro anche di acquisire un minimo senso del dovere.

Ti auguro di imparare a prendere le cose più alla leggera. Non prendertela troppo: il più delle volte, sono stupidaggini che non meritano la tua attenzione.
Ti auguro di percepire quando le cose stanno marcendo ed è ora che ti dia una mossa per riparare.
Ti auguro di capire che non tutto è semplice, ma che non è neanche impossibile.
Ti auguro di vedere al di là delle apparenze, di smascherare i tradimenti, sì, ma anche i fraintendimenti.
Ti auguro di crescere.

Ti auguro un buon anno, un buon 2010.

Perché il 2009 ha fatto veramente schifo.

il punto di vista del cappotto macchiato

Pubblicato 17 settembre 2009 di franzikanz
Categorie: allucinamenti mediali

A dire il vero, il titolo del post dovrebbe essere “Il punto di vista del culo macchiato”, ma… lo trovavo poco fine.

Il pensiero mi è sorto durante una delle innumerevoli pause che mi sono dovuta prendere dallo studio di tedesco, a causa del vicino di casa: sta isolando la casa con dei pannelli di polistirolo. Oltre al rumore che fa battendo con le mani sui suddetti pannelli per farli aderire alle mura della sua abitazione, tiene la radio a palla. Radio Italia, per di più. Con i migliori successi dal 1870 al 1955.
Ergo mi è capitato di sentire alcune pubblicità. Ora la ritrovo su youtube, in versione televisiva, e ne trovo anche un commento… come dire… da intenditori. Da comunicazionisti insomma.

Slogan: «C’è una parte di te che si merita il meglio. Trattati bene con la delicatezza di X».

Jingle: «Carta igienica X, per l’altra parte di te, di meglio non c’è».

Va bene. Le chiappe sono tutto sommato delicate, e di certo pulirsi con la corteccia non è uno sport simpatico, me ne rendo conto. Inoltre, è una pubblicità piuttosto fine: inquadra dei deretani che si siedono in modi scomodi, e poi la classica bella ragazza delle pubblicità che sprofonda in un fantastico pouf dal niveo candor. E il solito piccolo botolo scodinzolante che caratterizza la marca in questione.

Lo spot, fino a qui, lo considero carino.

Ciò che mi ha scandalizzato, non è lo slogan, non è il cane con la voce di Carlo Valli, non è la quantità di fondoschiena.

È il jingle.

Cosa significa l’altra parte di te?

Ho un alieno attaccato da qualche parte?
Sono schizofreno-culoide? Sono Ace Ventura, che dà voce al proprio popò?

L’altra parte.

Quale recondito mondo si nasconde dietro questa parte altra, questa parte aliena della nostra persona? Ma soprattutto, dove si nasconde?

Un mondo doppio. Generalmente tondo, a volte piatto. Ma non sta poco al di sotto del mento, sta dalla parte opposta.
Alla fine, ognuno sa dove sta l’affare con cui ci si siede.

Che non ci sia niente di meglio per esso, che quella carta igienica, non è difficile crederlo. Però. Siamo proprio sicuri di aver toccato il fondo? No. Ve lo dico io, no.

È stato questo che mi ha fatto pensare di aver sbagliato indirizzo, che mi ha fatto dubitare di volermi trasformare in un mostro anglo-italo-cacofonista.

Per quale motivo sono state utilizzate queste parole?
claim
brand-essence
cheekiness

In due righe, il caro non-so-come-si-chiama, mi ha smontato uno spot, internet, la tv, ma soprattutto l’italiano.

D’accordo, la lingua inglese ha probabilmente più vocaboli di quella italiana. Ma c’è da dire che gli inglesi hanno una radice, a cui applicano una marea di desinenze per ottenere altri vocaboli: sostantivo, verbo, aggettivo, avverbio… Ma l’italiano ha comunque un sacco di belle parole con cui per secoli abbiamo fatto un baffo agli inglesi e al resto del mondo.

In due righe abbiamo:
- “claim“: è il modo figo di dire il fuori moda “reclame“, con la differenza che è inglese, e che nessuno lo capisce.
- “brand-essence“: “essenza della marca”. Vorrei informazioni. Se qualcuno mi sa spiegare cosa significa in questa frase, forse potrei esprimere un parere.
- “cheekiness“: significa “offensivo”, “maleducato”, e in ultimo luogo “impertinente”.
Ho trovato dei sinonimi per “impertinente”, su sinonimi master: arrogante, baldanzoso, impudente, sfacciato, ardito, audace, insolente, cafone, incivile, ineducato, irriverente, offensivo, spudorato, tosto || Vedi anche: irriguardoso, sfrontato, villano, screanzato, tracotante, maleducato, irrispettoso, temerario, intraprendente.

A parte che un cane e dei sederi non mi sembrano accostabili a nessuno di questi aggettivi, se non baldanzoso: non c’erano abbastanza parole italiane per definire quello che intendeva dire questo esperto di comunicazione?

Ma il vero motivo è alla portata di tutti. È chiaro. Perciò dico: Smettiamola di fare i fighi!

http://img11.imageshack.us/img11/3056/erinsanders5copia.jpg

dissertazione panchinara

Pubblicato 8 settembre 2009 di franzikanz
Categorie: demenza sociale

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Ogni volta che ho la fortuna di sedermi su una panchina in un qualunque parco, non perdo l’occasione di darmi un’occhiata in giro: più precisamente, il mio occhio indegno si posa sulle listarelle di legno che compongono la seduta e lo schienale di tale arredo cittadino, e spesso anche sui normali abitatori del luogo denominato come “parco”.

Qualche giorno fa ho avuto uno di questi colpi di fortuna e, mentre riposavo in una breve siesta post-prandiale e pre-studio con Frau Iulia, mi sono date alla lettura, aiutata dalla fedele amica e guida all’interpretazione citata poc’anzi.

Riporto qui di seguito alcuni degli epitaffi che abbiamo colto su mura, panchine e bidoni dei rifiuti.

Andiamo, come potete notare, dalle menzioni più classiche:

Lello ♥ Fede 4ever
(Libera illusione)

Andrea culo!
(Un classico degno di Gray)

Amore mio ti amo tanto il tuo pulcino
(I pulcini sono spesso più amanti che letterati, come è noto)

Pela sei gnocco
(Detto tutto)

Bone è un vero gay
Bone frocio

(Questo è accanimento. E non è politically correct)

(numero) fa pompini e non chiede nulla
(Sicuramente l’ha scritto qualcuno che è stato (giustamente) rifiutato)

Pia troia by noi
(Notevole la firma autografa)

Ciao come va? Io mega bene
(Autoconversazione)

Proseguiamo su sentieri meno tracciati, in cui il commento spesso è di difficile espressione per mancanza di proprietà dei normali vocaboli:

Roby puttaniere di merda
(Indubbiamente)

Puppazzo di neve dei fratelli Brrrrr!!!
(…)

Demis style
(…)

Non ti scrivo
(Interessante)

Samu fuma
(Ah! Meno male che me lo hai detto)

Chi si fe
(… colto il flagrante dalla gendarmeria?)

Ti stimo fratello
(Indubbiamente)

Insanguinata
(Mancava il soggetto, quindi è particolare)

Ti lovo patata
(Il fatto che sia scritto su una pattumiera può essere significativo della qualità di amore provata da questo individuo?)

Ali mi manchi!!! → by Demis
(Oltre al fatto che questo Demis sia ricorrente, è d’uopo aggiungere che quella scritta occupava un’intera listarella della panchina, circa due metri, per intenderci. Doveva mancargli davvero molto)

Terminiamo il nostro interessante precorso di lettura su strade neanche immaginate da noi comuni mortali, al di là degli orizzonti fantascientifici:

Mettiti il naso nel culo
(Gli vuoi proprio del male: sarebbe interessante soffermarsi sulle necessità fisiologiche di un simile atto e sulle capacità anatomiche di una persona di compiere realmente un tale gesto. Magari nel prossimo post)

Bulbo oculare

(Trovare un graffito riportante un termine medico corretto, con tanto di raffigurazione grafica, è stato per me e Frau Iulia un grande shock (leggi: ci siamo scompisciate dal ridere)).

Come sempre è doveroso terminare il post con una conclusione.

Notando nel frattempo i normali abitatori del parco, o pseudo-adolescenti che dir si voglia, si capisce anche come mai tanta ignoranza partorisca l’idea di scrivere anche “Duce! A noi!”.
Quindi il quesito sulla motivazione che li spinge ad esprimere altri pensieri come quelli citati prima, trova una pronta risposta: non esiste.

Possono essere frutto di un’ignoranza persistente, di un particolare atteggiamento verso la vita che li fa comunicare tramite “cioè” “tipo/a” “fratello” e soprattutto rivolgendosi l’un l’altro con appellativi triviali che evito di scrivere perché attirerebbero schiere di personaggi che cercano tali parole sul web.

Analizzare queste scritte non è solo una mera analisi del “linguaggio giovanile”.

Leggere le panchine può essere un sano svago mentale per i normo-cerebro-dotati, una fonte di divertimento e di prese per il culo vera e propria. Rilassa la mente e ti fa sentire stranamente intelligente.

Esperienza da provare.


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